Mi chiamo Manuel Biondi, sono nato e vivo a Cesena. La mia ricerca è cominciata con la musica, poi con il disegno e la pittura — ma è nella scultura che ho trovato il linguaggio più autentico e viscerale. Lavoro con calchi in gomma, gessi, resine, legno, inchiostri, metallo e materiali naturali. Costruisco presenze che emergono dal silenzio della materia, partendo da un'immagine, una suggestione, una frase, un mito — qualcosa che voglio assaporare attraverso le forme.
Il mio lavoro nasce da una tensione continua tra ciò che appare e ciò che si trasforma. Le opere esplorano il mutamento come condizione esistenziale, interrogando la soglia tra il visibile e l'invisibile. Ogni scultura è un tentativo di dare corpo a qualcosa che sta per accadere — o che forse è già svanito. Nel processo non cerco la perfezione della forma, ma il suo stato di passaggio. Il tempo e la luce non sono semplici condizioni esterne: sono parte dell'opera, ne modificano la percezione, ne suggeriscono una direzione. Le sculture sono organismi che nascono dal gesto poetico, dal desiderio di catturare l'istante in cui qualcosa diventa, o smette di essere.
Un braccio si distende, le dita raccolte in un segno silenzioso: evoca un contatto antico, un punto in cui spirito e materia si intersecano. Una gamba femminile, in punta sui frammenti di foglie, sembra sfiorare il suolo più che toccarlo: sospesa tra leggerezza e radicamento, evoca il passaggio sottile tra due stati dell'essere. In un'altra opera, una figura femminile nasce da un tronco d'albero, fondendo corpo e natura in un unico organismo in trasformazione. L'opera è un tributo al femminile, alla sua forza e vulnerabilità, simbolizzando il continuo divenire e decadere, la bellezza e la caducità del processo vitale.
Telefoni e macchine fotografiche, resi con materiali trasparenti o in contrasti cromatici netti, diventano oggetti di riflessione sul vuoto, sulla comunicazione interrotta, sulla presenza che si fa assenza. In queste opere si riflettono le suggestioni della fisica quantistica: la coesistenza degli opposti, l'ambiguità tra osservatore e osservato, la possibilità che più realtà convivano in una stessa forma. Oggetti familiari si trasformano in simboli di memoria e disorientamento.
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